Il Mild Cognitive Impairment (MCI) rappresenta la fase intermedia tra il normale invecchiamento cognitivo e il quadro patologico della demenza: le facoltà mentali risultano deficitarie, ma non al punto da compromettere lo svolgimento delle attività quotidiane. È una condizione che comporta un rischio aumentato di evoluzione verso una demenza conclamata, in particolare nei primi anni successivi alla diagnosi, il che rende la finestra riabilitativa dell’MCI particolarmente strategica.
In questa fase, l’obiettivo dell’intervento è prevalentemente preventivo: rallentare o, quando possibile, contrastare la progressione verso la demenza, agendo sui domini cognitivi più esposti (memoria a breve termine, attenzione complessa) con esercizi a difficoltà crescente e obiettivi di miglioramento misurabile. Il paziente con MCI mantiene generalmente una buona capacità di apprendere nuove strategie compensatorie, il che consente di lavorare anche su compiti più complessi e su una maggiore autonomia nell’uso degli strumenti di training.
Quando il quadro evolve in demenza, l’obiettivo clinico cambia natura. Non si tratta più di prevenire l’insorgenza della patologia, ma di rallentarne il decorso, riducendo il deficit prestazionale attraverso l’apprendimento di strategie compensatorie e lo sfruttamento delle abilità residue. In questa fase diventano centrali anche gli obiettivi ‘collaterali’ della riabilitazione cognitiva: la riduzione di ansia e apatia, il mantenimento della partecipazione alle attività quotidiane e il supporto al caregiver, che assume un ruolo più attivo nella gestione della terapia, anche a domicilio.
E dal punto di vista del clinico?
Per il neuropsicologo, questo si traduce in piani terapeutici differenti non solo per contenuto ma per struttura: più orientati alla performance e alla progressione di livello nell’MCI, più orientati al mantenimento, alla ripetizione e alla gratificazione del paziente nella demenza. Una piattaforma di riabilitazione cognitiva efficace deve quindi permettere di modulare non solo la difficoltà degli esercizi, ma anche l’obiettivo stesso del piano terapeutico, in base alla fase clinica del paziente.
È bene sottolineare, con onestà clinica, che le evidenze a sostegno del training cognitivo sono più solide nell’MCI che nella demenza conclamata: una meta-analisi su American Journal of Psychiatry (Hill et al., 2017) riporta effetti di entità moderata sulla cognizione globale nell’MCI e più contenuti, seppur presenti, nella demenza. Questo non toglie valore all’intervento nella fase dementigena, ma ne ridimensiona correttamente le aspettative rispetto alla fase di MCI, dove la finestra di intervento è più ampia.
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Fonti
- Hill, N.T. et al. (2017). Computerized Cognitive Training in Older Adults With Mild Cognitive Impairment or Dementia: A Systematic Review and Meta-Analysis. American Journal of Psychiatry, 174(4), 329-340.
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