L’Alzheimer è una malattia che tocca profondamente non solo chi ne è colpito, ma anche le famiglie, i caregiver e l’intera società. I numeri parlano chiaro: entro il 2050 si stima che oltre 152 milioni di persone vivranno con una forma di demenza. Ma siamo pronti ad affrontare questa sfida globale?

È da questa consapevolezza che nasce “Mind the Future – A Cross Country Alzheimer Readiness Pact”, un evento internazionale promosso dalla Fondazione della Sostenibilità Sociale con il patrocinio della Società Italiana di Farmacologia. Due giorni di incontri, dibattiti e confronto tra esperti, istituzioni, associazioni e aziende per ripensare insieme come affrontare l’Alzheimer nell’era delle nuove terapie.

Un’alleanza europea per affrontare l’Alzheimer insieme

All’evento hanno partecipato delegazioni di cinque Paesi europei – Bulgaria, Estonia, Paesi Bassi, Spagna e Ungheria – che hanno condiviso esperienze, modelli e criticità dei propri sistemi sanitari. Il punto in comune? L’urgenza di costruire un percorso di cura più accessibile, equo ed efficace, capace di accompagnare il paziente dalla diagnosi alle terapie più avanzate.

Da questo confronto è nato un Manifesto internazionale, una sorta di patto d’intenti per abbattere le barriere che ancora oggi ostacolano il diritto alla cura per chi vive con l’Alzheimer. Al centro del documento c’è un messaggio forte: la diagnosi precoce e l’accesso alle terapie devono diventare una priorità politica e sociale in tutti i Paesi.

Nuove terapie, nuovi modelli di cura

Oggi siamo di fronte a una novità importante: l’approvazione in Europa del primo farmaco in grado di modificare il decorso dell’Alzheimer. Una svolta che però richiede sistemi sanitari preparati a gestire diagnosi precoci, esami specifici e percorsi strutturati.

Come spiega la prof.ssa Annachiara Cagnin, neurologa dell’Università di Padova:

“Questi farmaci funzionano meglio se somministrati nella fase iniziale della malattia. Per questo è fondamentale riorganizzare il sistema sanitario affinché sia in grado di diagnosticare precocemente e in modo accurato.”

Diagnosi precoce significa esami del sangue, PET, risonanza magnetica e, soprattutto, tempestività. Oggi però, molti servizi sono ancora troppo lenti o non sufficientemente attrezzati. Serve un vero e proprio cambio di marcia, con investimenti e risorse allocate in modo strategico.

Le famiglie non possono più aspettare

Non sono solo i pazienti a essere coinvolti. Anche i familiari e i caregiver vivono ogni giorno il peso della malattia. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, in Italia oltre 1 milione di persone convivono con una forma di demenza, e circa 600.000 hanno l’Alzheimer.

Il 50% dei caregiver sviluppa ansia, stress o depressione. “Se il sistema di cura non cambia, i pazienti resteranno esclusi dalle innovazioni e le famiglie continueranno a portare da sole tutto il peso della malattia”, afferma Patrizia Spadin, presidente dell’AIMA (Associazione Italiana Malati di Alzheimer).

Da anni l’AIMA chiede interventi concreti per:

  • Facilitare la diagnosi precoce

  • Migliorare la presa in carico

  • Offrire sostegno psicologico ai caregiver

In Europa servono diagnosi per tutti

Il problema della diagnosi precoce non riguarda solo l’Italia. Anche a livello europeo c’è molta strada da fare. Secondo Angela Bradshaw, direttrice della ricerca di Alzheimer Europe:

“Circa il 60% delle persone con Alzheimer non riceve mai una diagnosi. Questo le priva dell’opportunità di pianificare il futuro, accedere a cure e ricevere il supporto necessario.”

Bradshaw sottolinea come sia urgente garantire diagnosi e assistenza a prescindere dal luogo di residenza, dallo status economico o dal background sociale. Perché la malattia non guarda in faccia nessuno, ma spesso sono le disuguaglianze ad amplificarne le conseguenze.

Un ecosistema di cura forte per affrontare l’Alzheimer nel futuro

Affrontare l’Alzheimer non significa solo sviluppare nuovi farmaci, ma anche creare un ecosistema di cura efficiente, integrato e territoriale. Come ha evidenziato la senatrice Elena Murelli, serve un cambio di prospettiva:

“Non possiamo più pensare all’assistenza agli anziani solo in termini di strutture. Dobbiamo investire in una medicina territoriale forte, capace di accompagnare i pazienti verso centri diagnostici e trattamenti specifici.”

Il futuro della lotta all’Alzheimer passerà da:

  • Team multidisciplinari

  • Reti di prossimità

  • Percorsi continui dalla diagnosi alla cura

L’evento Mind the Future ha offerto una visione chiara: ora è il momento di agire. Le terapie stanno arrivando, ma vanno accompagnate da un sistema pronto ad accoglierle. Serve collaborazione tra Paesi, tra pubblico e privato, tra medici e famiglie.

L’Alzheimer non è solo una malattia, è una sfida sociale. E affrontarla richiede un’alleanza internazionale, un nuovo modo di pensare la salute, il tempo, la cura.

Fonte: Quotidiano Sanità

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