Infermiera con le protezioni da Covid-19

Secondo i dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, più di 55 milioni di persone soffrono di demenza. Entro il 2050 il numero potrebbe salire fino a 139 milioni. E questo perché ogni anno ci sono quasi 10 milioni di casi in più.

Tra i principali fattori di rischio individuati dall’OMS, oltre all’età, ci sono il fumo, l’alcol, la sedentarietà, l’isolamento sociale, l’inattività cognitiva e perfino l’inquinamento atmosferico. Questi dati, però, non tengono conto di un virus che ha colpito tutto il mondo: il Covid-19.

Uno studio del 2021 della Alzheimer’s Disease International (ADI) si è chiesto se ci fosse una qualche correlazione tra demenza e Coronavirus. Il virus, infatti, causa danni seri al cervello quali coagulazioni, iperattivazione, infiammazioni e infezioni.

LO STUDIO E I SUOI LIMITI

Per rispondere alla domanda di ricerca principale, sono stati selezionati 310 pazienti, tutti positivi all’infezione da SARS-COV-2. Tra questi, 158 presentavano sintomi neurologici mentre i restanti erano sani. L’obiettivo principale era quello di analizzare la presenza dei biomarcatori tipici delle malattie neurodegenerative: la proteina tau e l’amiloide-β. Queste due proteine, infatti, sono protagoniste della generazione di assemblaggi tossici per i neuroni, provocando la neurodegenerazione.

Tramite l’analisi quantitativa delle proteine in entrambi i gruppi di pazienti è emerso che effettivamente il Covid-19 aumenta la probabilità che una persona sviluppi una forma di demenza. Non solo, ma tende anche ad accelerare e peggiorare i sintomi e le condizioni della malattia. Ciò è stato dedotto dai ricercatori grazie al riscontro di un aumento delle due proteine in entrambi i gruppi. In particolare, è stato osservato un aumento più consistente in coloro che già presentavano dei sintomi neurologici.

Questa ricerca, seppur abbia portato alla luce un fatto importante, non si è concentrata sull’impatto a lungo termine che il virus può avere su chi è affetto da demenza. Infatti, ciò che spaventa maggiormente medici e scienziati sono gli effetti del “long-Covid”. Effetti come la “nebbia del cervello”, la difficoltà di concentrazione, di linguaggio o i problemi di memoria potrebbero peggiorare ulteriormente e irrimediabilmente la condizione di alcuni pazienti.

Per questo motivo l’ADI ha lanciato un appello affinché vengano reperiti dei fondi. L’obiettivo? Valutare l’impatto a lungo termine del Covid-19. La Federazione Alzheimer Italia è stata tra le prime ad aderire a quest’appello. Un anno dopo è stato istituito un comitato per formulare consigli su come agire.

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