Lo studio italiano “Interceptor” apre nuove prospettive per diagnosi precoce e prevenzione

La ricerca sull’Alzheimer’s disease sta compiendo un salto importante: non si limita più a riconoscere la malattia quando i sintomi sono evidenti, ma punta a prevederne lo sviluppo con anni di anticipo.

Un recente studio italiano, pubblicato su Alzheimer’s & Dementia, ha dimostrato che è possibile stimare con buona precisione chi svilupperà l’Alzheimer entro tre anni. Un risultato che potrebbe cambiare profondamente l’approccio alla prevenzione e alla gestione del declino cognitivo.

Il progetto Interceptor

Lo studio, coordinato dal professor Paolo Maria Rossini, si chiama Interceptor ed è stato avviato nel 2018 grazie al supporto di AIFA e del Ministero della Salute. Hanno collaborato diversi centri neurologici italiani di eccellenza, tra cui l’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano e l’IRCCS San Raffaele.

Il progetto ha coinvolto oltre 350 pazienti con Mild Cognitive Impairment (MCI), una condizione caratterizzata da un lieve decadimento delle funzioni cognitive che non compromette ancora in modo grave la vita quotidiana, ma che aumenta il rischio di sviluppare demenza.

Come funziona il modello predittivo

Il cuore dello studio è un modello in grado di combinare diversi tipi di informazioni per stimare il rischio di sviluppare Alzheimer entro tre anni.

Tra i dati analizzati troviamo:

  • test cognitivi e neuropsicologici
  • informazioni cliniche (età, sesso, familiarità, stile di vita)
  • biomarcatori del liquido cerebrospinale
  • imaging cerebrale e PET metaboliche
  • elettroencefalogramma
  • analisi genetiche (come il gene APOE)

L’idea è semplice ma potente: nessun singolo indicatore è sufficiente, ma la loro combinazione permette di costruire un profilo di rischio molto più accurato.

I risultati dello studio

Il modello Interceptor ha mostrato risultati promettenti. Basandosi solo su dati clinici e neuropsicologici, l’accuratezza predittiva si attesta intorno al 72%. Quando vengono inclusi anche i biomarcatori, l’accuratezza sale fino a circa l’82%.

Questo significa che, in molti casi, è possibile identificare con largo anticipo le persone che hanno maggiori probabilità di sviluppare la malattia.

Perché è una svolta importante

In Italia si registrano ogni anno circa 100.000 nuovi casi di demenza. In questo contesto, la possibilità di intervenire prima che la malattia si manifesti in modo conclamato rappresenta un cambiamento decisivo.

Intercettare precocemente il rischio significa:

  • iniziare terapie più mirate
  • rallentare la progressione del declino cognitivo
  • migliorare la qualità della vita del paziente
  • ottimizzare le risorse sanitarie

Come sottolineato da Robert Nisticò, presidente di AIFA, questo approccio consente anche un utilizzo più efficace di terapie avanzate e costose.

Implicazioni per assistenza e prevenzione

La diagnosi precoce non riguarda solo la medicina, ma anche l’organizzazione dell’assistenza. Per RSA, centri diurni e caregiver significa poter pianificare meglio i percorsi di cura e intervenire prima sul mantenimento delle capacità cognitive.

In parallelo, cresce il ruolo della stimolazione cognitiva, fondamentale per rallentare il declino e mantenere attive le funzioni mentali più a lungo.

Conclusione

Il progetto Interceptor segna un passaggio chiave verso una medicina sempre più predittiva. Sapere con anni di anticipo chi è a rischio di Alzheimer apre la strada a interventi più tempestivi ed efficaci.

La sfida ora è trasformare questi risultati in strumenti concreti di prevenzione e supporto quotidiano, integrando ricerca, assistenza e stimolazione cognitiva per migliorare la qualità della vita delle persone coinvolte.

Fonte: Il Giornale

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