Il rischio di sviluppare una demenza non è uguale per tutti.
Tra le persone con disturbo cognitivo lieve, circa 1 su 10 sviluppa una forma di demenza nell’arco di 24 mesi, mentre 1 su 5 manifesta un declino cognitivo significativo pur restando in una condizione intermedia.
Capire chi rischia di più e quando intervenire è oggi una priorità sanitaria. Nuove risposte arrivano da uno dei più importanti studi europei sul tema: il progetto AI-MIND (Artificial Intelligence MIND).
Disturbo cognitivo lieve: perché è una fase decisiva
Il disturbo cognitivo lieve (MCI) rappresenta una fase di confine tra il normale invecchiamento cerebrale e le forme di demenza. Non comporta necessariamente una perdita di autonomia, ma aumenta in modo significativo il rischio di sviluppare Alzheimer e altre patologie neurodegenerative.
Secondo Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele di Roma:
“Solo una parte delle persone con disturbo cognitivo lieve evolve verso una demenza, ma il rischio varia tra il 30 e il 50% negli anni successivi”.
Questo rende fondamentale distinguere chi è destinato a rimanere stabile da chi, invece, è più vulnerabile a una progressione.
Rischio demenza: i numeri in Italia e in Europa
In Italia si stimano oltre 950.000 persone con disturbo cognitivo lieve, mentre in Europa il numero sale a circa 10 milioni.
Poiché l’MCI non implica automaticamente un deficit funzionale evidente, spesso non viene intercettato in modo tempestivo. Questo contribuisce a ritardare l’identificazione dei soggetti più a rischio e l’attivazione di strategie mirate di prevenzione.
Lo studio AI-MIND: cosa è emerso
Il progetto europeo AI-MIND, avviato nel 2021 e finanziato dalla Commissione Europea con circa 14 milioni di euro nell’ambito del programma Horizon 2020, ha coinvolto 1.022 soggetti seguiti per 24 mesi in quattro centri clinici europei: Madrid, Oslo, Helsinki e Roma.
I partecipanti sono stati sottoposti a:
-
valutazioni neuropsicologiche
-
analisi genetiche
-
misurazione dei biomarcatori plasmatici dell’amiloide
-
elettroencefalogramma ad alta densità
Durante il follow-up:
-
circa il 10% ha sviluppato una demenza
-
circa il 20% ha mostrato un declino cognitivo significativo pur rimanendo in MCI
Nord Europa e rischio demenza: il peso della genetica
Un dato di particolare interesse riguarda le differenze tra Nord Europa e area mediterranea. Nei Paesi dell’Europa settentrionale è più frequente la variante genetica APOE ε4, associata a un rischio più elevato di sviluppare la malattia di Alzheimer.
In queste popolazioni sono stati riscontrati anche:
-
livelli più elevati di biomarcatori neurodegenerativi come p-tau181 e p-tau217
-
segni biologici di neurodegenerazione indipendenti da età, sesso e livello di istruzione
Questi elementi indicano una maggiore vulnerabilità biologica, ma non spiegano da soli le differenze osservate.
Non solo DNA: contano anche diagnosi e contesto sanitario
Secondo i ricercatori, il rischio di demenza è influenzato anche da fattori non genetici, tra cui:
-
livello di istruzione
-
criteri diagnostici utilizzati
-
modalità di stadiazione del disturbo cognitivo lieve
-
organizzazione dei sistemi sanitari
Le differenze tra le popolazioni europee evidenziano l’importanza di armonizzare i percorsi diagnostici, per migliorare l’identificazione precoce delle persone a rischio.
Intelligenza artificiale e diagnosi precoce della demenza
Il lavoro del progetto AI-MIND proseguirà con l’analisi della grande quantità di dati raccolti attraverso algoritmi avanzati di intelligenza artificiale.
L’obiettivo è individuare pattern predittivi affidabili in grado di:
-
riconoscere con maggiore precisione i soggetti ad alto rischio
-
migliorare la diagnosi precoce dell’Alzheimer e delle altre demenze
-
aprire la strada a interventi sempre più tempestivi e personalizzati
La sfida è chiara: anticipare il più possibile il momento della diagnosi, per rallentare – e in futuro forse arrestare – la progressione verso la demenza.
Fonte: Fortune Italia
Commenta