La proteina fosfo-tau217 (p-tau217), oggi considerata uno dei biomarcatori più promettenti per diagnosticare precocemente l’Alzheimer, è stata trovata in concentrazioni triplici nei neonati rispetto ai pazienti affetti dalla malattia.
La scoperta arriva da uno studio internazionale guidato dall’Università di Goteborg e pubblicato su Brain Communication.
Questi dati rivoluzionano le conoscenze sul ruolo della proteina tau e potrebbero aprire nuove strade nella ricerca contro le demenze neurodegenerative.
Lo studio: livelli altissimi nei neonati
Gli scienziati hanno analizzato oltre 400 campioni di sangue, inclusi neonati (prematuri e a termine), giovani adulti, anziani e pazienti con Alzheimer.
I risultati hanno mostrato che:
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i neonati prematuri presentano le concentrazioni più alte di p-tau217;
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seguono i neonati nati a termine;
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i livelli crollano nei primi mesi di vita e rimangono bassi fino alla comparsa della malattia in età avanzata.
Nei pazienti con Alzheimer, infatti, la proteina risulta aumentata, ma non raggiunge mai i valori osservati nei neonati.
P-tau217: molto più di un biomarcatore
La p-tau217 è una forma alterata della proteina tau, che negli adulti con Alzheimer forma “grovigli” tossici nei neuroni, compromettendone la funzione e portando ai deficit cognitivi.
Tuttavia, nei neonati la sua presenza sembra avere un ruolo positivo.
Secondo Paolo Maria Rossini (IRCCS San Raffaele, Roma):
“Questa proteina è cruciale nello sviluppo del cervello. Nei neonati, livelli così elevati indicano che partecipa all’organizzazione e maturazione dei neuroni”.
La stessa osservazione vale anche per l’amiloide, un’altra proteina associata all’Alzheimer, che però svolge funzioni immunitarie e di protezione nel cervello in crescita.
Perché è importante questa scoperta
Lo studio suggerisce che:
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la p-tau217 non è solo un indicatore patologico, ma anche un attore fisiologico essenziale nello sviluppo cerebrale;
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il cervello dei neonati possiede meccanismi di protezione che permettono di sfruttare i benefici della proteina e ridurne i rischi;
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la relazione tra amiloide e tau potrebbe essere indipendente, contrariamente a quanto si pensava.
Capire questi meccanismi potrebbe portare a nuove terapie preventive e strategie innovative per fermare o rallentare l’Alzheimer.
Gli esperti avvertono che avere livelli alterati di tau o amiloide nel sangue non basta a predire il rischio di demenza in persone giovani e sane.
Studi come Interceptor (Italia) e ricerche pubblicate su Nature Medicine mostrano che la predittività resta bassa, poco meglio di un “lancio della moneta”.
Fonte: La Repubblica

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