Quando si parla di demenza, l’associazione immediata è quasi sempre con la malattia di Alzheimer. Tuttavia, la ricerca scientifica sta ampliando il quadro delle patologie neurodegenerative e oggi sappiamo che esiste un’altra forma di demenza, spesso confusa con l’Alzheimer, chiamata LATE: Limbic-predominant Age-related TDP-43 Encephalopathy.
Questa condizione interessa in particolare le persone molto anziane, colpendo una persona su quattro oltre gli 85 anni. Capirne le differenze è fondamentale per arrivare a diagnosi più accurate e a terapie realmente efficaci.
Che cos’è la demenza LATE?
Il nome “LATE” richiama l’età avanzata in cui insorge, ma in realtà è un acronimo che descrive ciò che accade nel cervello: un accumulo anomalo della proteina TDP-43 in aree limbiche coinvolte nella memoria.
Finora questa forma di demenza era spesso “invisibile”, perché i suoi sintomi sono molto simili a quelli dell’Alzheimer, portando a diagnosi errate e, di conseguenza, a interventi terapeutici non mirati.
Perché la LATE è stata confusa con l’Alzheimer?
Per anni si è ritenuto che i disturbi cognitivi fossero sempre legati alle famigerate placche beta-amiloidi, tipiche dell’Alzheimer. Ma grazie agli studi pubblicati sulla rivista Brain, emerge un quadro più complesso:
molti pazienti che sembravano affetti da Alzheimer avevano invece depositi di TDP-43, non di beta-amiloide.
Gli autori dello studio osservano: «Oltre 200 virus possono causare un raffreddore. Perché dovremmo pensare che ci sia un’unica causa della demenza?».
Questo cambio di prospettiva apre la strada a una nuova classificazione delle malattie neurodegenerative.
Il ruolo delle autopsie e l’importanza di diagnosi più precise
La distinzione fra Alzheimer e LATE è stata possibile grazie agli esami autoptici, che hanno evidenziato differenze sostanziali nei processi biologici coinvolti.
L’obiettivo ora è trasferire queste conoscenze su strumenti diagnostici per le persone vive, così da evitare il “calderone unico” delle diagnosi generiche di demenza.
Gli studiosi stanno quindi definendo protocolli condivisi per riconoscere i segni della LATE durante la vita del paziente, aprendo le porte a interventi più personalizzati.
LATE: come progredisce la malattia
La demenza LATE si manifesta oltre gli 80 anni, con maggiore incidenza dopo gli 85.
In genere la progressione è più lenta rispetto all’Alzheimer, ma quando le due patologie coesistono — e accade spesso — si potenziano a vicenda, accelerando il declino cognitivo.
Il prof. Elio Scarpini del Policlinico di Milano spiega che la proteina TDP-43 è coinvolta nella regolazione dell’uso del DNA all’interno delle cellule.
Quando la sua struttura si altera, come avviene nella LATE, il cervello perde progressivamente la capacità di utilizzare correttamente queste informazioni.
Alterazioni della TDP-43 sono già note in altre patologie neurodegenerative, come la SLA.
Ridefinire i confini delle demenze
Secondo gli esperti, la scoperta della LATE evidenzia un’urgenza: rivedere i criteri diagnostici delle demenze.
Per anni molti studi clinici sull’Alzheimer potrebbero essere falliti perché includevano pazienti che in realtà non avevano l’Alzheimer, ma la LATE o forme miste.
Identificare con precisione la degenerazione legata alla TDP-43 significa:
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migliorare la selezione dei pazienti nei trial clinici,
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sviluppare terapie più mirate,
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costruire percorsi di cura personalizzati,
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comprendere meglio le diverse eziologie delle demenze nell’età avanzata.
La scoperta della demenza LATE rappresenta un passo fondamentale nella comprensione delle malattie neurodegenerative dell’anziano. Distinguere le diverse forme di demenza significa aprire la strada a cure migliori, più personalizzate e più efficaci.
Per clinici, caregiver e strutture socio-sanitarie, la sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: identificare, comprendere e gestire la complessità delle diverse patologie cognitive, superando l’idea che dietro ogni declino vi sia sempre e solo l’Alzheimer.
Fonte: Fondazione Umberto Veronesi
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