Dopo un ictus, molti pazienti devono affrontare una complicanza spesso invisibile ma molto impattante: la spasticità post-ictus. Si tratta di una condizione neurologica che colpisce oltre 45.000 persone in Italia, causando rigidità muscolare, dolore e difficoltà nei movimenti, con conseguente perdita di autonomia e peggioramento della qualità della vita.
Cos’è la spasticità post-ictus?
La spasticità è un aumento anomalo del tono muscolare che può manifestarsi anche settimane o mesi dopo l’evento ischemico. Secondo la professoressa Maria Concetta Altavista, direttrice dell’Unità di Neurologia dell’Ospedale San Filippo Neri, “si tratta di un disturbo che nasce da un’alterazione nei segnali nervosi del cervello verso i muscoli, dopo il danno cerebrale”.
Tra i primi segnali da non sottovalutare:
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Rigidità agli arti
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Crampi frequenti
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Difficoltà nei movimenti quotidiani
Perché il tempo è fondamentale?
Nella gestione della spasticità post-ictus, il fattore tempo è decisivo. Intervenire precocemente può evitare il peggioramento della disabilità e aumentare le probabilità di recupero funzionale. Andrea Vianello, presidente di A.L.I.Ce. Italia, spiega: “Ogni minuto senza trattamento può fare la differenza. E anche dopo l’ictus, il tempo resta vita”.
Spesso, però, si tende ad aspettare, nella speranza che la rigidità passi da sola. Questo è un errore: la spasticità non è passeggera e necessita di una diagnosi precoce e di un piano terapeutico adeguato.
Le terapie efficaci per la spasticità
Un approccio integrato è oggi la strategia più efficace per trattare la spasticità. Secondo il professor Andrea Santamato, esperto in neuroriabilitazione, le soluzioni più efficaci comprendono:
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Fisioterapia mirata, per migliorare la mobilità e prevenire retrazioni muscolari
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Tossina botulinica, che riduce la rigidità agendo direttamente sui muscoli iperattivi
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Supporto psicologico, per aiutare il paziente ad affrontare i cambiamenti e aderire al percorso riabilitativo
Spesso, la spasticità compare dopo le dimissioni ospedaliere. Per questo è fondamentale che il medico di medicina generale sappia riconoscerne i primi segnali e indirizzi il paziente verso specialisti, come fisiatri e neurologi. Solo così si può costruire un percorso di cura tempestivo e personalizzato.
Non curare la spasticità significa anche aumentare i costi per il Servizio Sanitario Nazionale. Secondo il professor Paolo Sciattella, esperto di economia sanitaria, investire in diagnosi precoce e terapie efficaci è fondamentale per ridurre i costi a lungo termine, migliorare l’autonomia dei pazienti e alleggerire il carico dei caregiver.
Attenzione anche ai caregiver
I caregiver vivono spesso un’esperienza intensa e faticosa. Prendersi cura della persona colpita dalla spasticità significa anche offrire supporto psicologico, informazione e percorsi di sollievo a chi li accompagna ogni giorno. Perché curare il paziente vuol dire prendersi cura anche di chi gli sta accanto.
Conclusione
Affrontare la spasticità post-ictus è possibile. Servono diagnosi tempestive, cure accessibili, informazione chiara e supporto a 360°. La collaborazione tra medici, pazienti, caregiver e istituzioni può davvero fare la differenza, restituendo movimento, dignità e qualità della vita a chi ha affrontato un ictus.
Fonte: Il Sole 24 Ore
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